123) Nolte. Lo storico deve appropriarsi del passato.
E. Nolte allievo di Heidegger, storico tedesco, docente presso
numerose universit, molto discusso per l'originalit e l'audacia
dei suoi schemi interpretativi della storia del nostro secolo,
autore di importanti opere sul fascismo,  noto soprattutto per
essere stato la causa di una famosa Historikerstrei t (1986) e per
essere l'autore di Nazionalsocialismo e bolscevismo (1987)..
L'argomento dei crimini nazisti viene affrontato da Nolte in un
modo che lo porta ad imbattersi in tematiche tipicamente
filosofiche. Secondo lui un passato che non vuole passare deve
essere considerato dallo storico come un assurdo, come se un
episodio della storia appartenesse ad un'altra dimensione. Se
qualcosa  avvenuto nella storia, il compito dello storico  di
comprenderlo e quindi in qualche modo di appropriarsene, anche se
si tratta dei delitti del nazismo. La lettura  tratta
dall'intervento di Nolte sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che
ha dato origine all' Historikerstreit.
E. Nolte, Il passato che non vuole passare.

 Con passato che non vuole passare si pu intendere soltanto il
passato nazionalsocialista dei tedeschi o dell Germania. Il tema
implica la tesi che ogni passato di solito passa, e che in questo
non passare c' qualcosa di affatto eccezionale. D'altra parte il
normale passare del passato non va inteso come scomparsa. Nei
libri di storia si continua a discutere dell'et napoleonica o
della classicit augustea; ma questi passati hanno perso,
ovviamente, l'urgenza che avevano per i contemporanei, e proprio
per questo possono essere affidati agli storici. Invece, a quanto
pare, il passato nazionalsocialista (come ha rilevato di recente
Hermann Lbbel) non soggiace a questo processo di dissoluzione e
di indebolimento, ma sembra, al contrario, diventare sempre pi
vivo e vigoroso: non come modello bens come spauracchio, come
passato che si pone come presente, o che pende sul presente come
una mannaia.[...].
E' una singolare lacuna della letteratura sul nazionalsocialismo,
quella di non sapere o di non voler prendere atto della misura in
cui tutto ci che i nazionalsocialisti fecero in seguito, con la
sola eccezione della tecnica delle camere a gas, era gi descritto
in una vasta letteratura dei primi anni venti: deportazioni e
fucilazioni in massa, torture, campi di concentramento,
eliminazione di interi gruppi secondo criteri puramente oggettivi,
ordini di sterminio di milioni di uomini innocenti ma ritenuti
nemici.
E' probabile che molti di questi racconti siano esagerati. E'
certo che anche il terrore bianco comp azioni orrende, anche se
nel suo mbito non potevano esserci analogie con la postulata
eliminazione della borghesia. Tuttavia deve essere lecito, anzi
 inevitabile, porre il seguente interrogativo: non comp Hitler,
non compirono i nazionalsocialisti un'azione asiatica forse
soltanto perch consideravano se stessi e i propri simili vittime
potenziali o effettive di un'azione asiatica? L'Arcipelago
Gulag non precedette [war ursprnglicher] Auschwitz? Non fu lo
sterminio di classe dei bolscevichi il prius logico e fattuale
dello sterminio di razza dei nazionalsocialisti? Le azioni pi
misteriose di Hitler non vanno spiegate anche col fatto che egli
non aveva dimenticato la gabbia dei topi? Le radici di Auschwitz
non stavano in un passato che non voleva passare?.
Non occorre aver letto il libriccino, introvabile, di Melgunov per
porre queste domande. Ma sono domande che si ha timore di
sollevare e anch'io per lungo tempo ho esitato a formularle. Sono
considerate tesi di polemica anticomunista o prodotti della guerra
fredda. Non sono nemmeno gradite agli specialisti, costretti entro
problematiche sempre pi anguste. Esse si fondano per su verit
semplici. Ignorare deliberatamente certe verit pu avere ragioni
morali, ma  una violazione dell'etica scientifica.
[...].
Chi considera questa storia non come mitologema, ma osservandola
nei suoi nessi essenziali, giunger a una conclusione centrale: se
essa, pur con tutta la sua oscurit e atrocit, ma anche con il
suo aspetto di sconcertante novit, di cui va dato atto ai suoi
agenti, ha avuto un senso per i discendenti, tale senso deve
consistere allora nella liberazione dalla tirannia del pensiero
collettivistico. Ci dovrebbe spingere al tempo stesso a
rispettare tutte le regole di un ordine liberale. Un ordine che
permette e incoraggia la critica, quando essa  rivolta ad azioni,
forme di pensiero e tradizioni, dunque anche a governi e a
organizzazioni di ogni tipo; ma che deve imprimere il marchio
dell'illecito a una critica di condizioni dalle quali gli
individui non possono liberarsi (o solo con estrema difficolt):
cio la critica verso gli ebrei, i russi, i tedeschi o i
piccolo-borghesi. Se il confronto col nazionalsocialismo viene
condizionato proprio da questo pensiero collettivistico, sar
giusto mettervi la parola fine. E' innegabile che spensieratezza e
autocompiacimento potrebbero in seguito dilagare. Ma questa non 
una conseguenza inevitabile; e in ogni caso la verit non pu
essere subordinata all'utilit. Un confronto pi ampio, che
dovrebbe consistere in primo luogo nella riflessione sulla storia
degli ultimi due secoli, porterebbe s il passato in questione a
passare, come si addice a qualsiasi passato; ma riuscirebbe
proprio per questo ad appropriarsene.
AA. VERSI, Germania: un passato che non passa, a cura di G. E.
Rusconi, Einaudi, Torino, 1987, pagine 3 e 8-10.
